Poco meno di un anno e mezzo fa una grande scritta fatta con lo spray “abbelliva” un silos della grande bioraffineria ENI di Porto Marghera, mentre centinaia di attivistə occupavano l’impianto scandendo lo slogan «We are unstoppable, another world is possible!». La scritta recita a chiare lettere “Rise Up 4 Climate Justice” e sancisce la nascita di uno “spazio politico radicale che pretende un cambio di rotta e un’alternativa concreta ad un sistema che sta depredando il nostro pianeta e uccidendo il nostro presente e il nostro futuro”.

Il manifesto politico, discusso poche ore prima all’assemblea conclusiva del Venice Climate Camp, era molto chiaro: l’anticapitalismo come leitmotiv, l’intersezione tra giustizia climatica, giustizia sociale, antisessismo, antirazzismo e antispecismo come linee strategiche fondative. Ma soprattutto, il fatto che Rise Up 4 Climate Justice veda gli albori grazie a un’iniziativa di disobbedienza di massa l’imprinting è palese: unità d’intenti tra pensiero e azione, tra teoria e prassi, come nella migliore tradizione dei movimenti rivoluzionari.

In questi 15 mesi sono cambiate molte cose, molti processi che allora intravedevamo si stanno accelerando. La pandemia di Covid-19, uno dei prodotti più nefasti della crisi ecologica, continua a circolare e a mietere vittime anche per via di un vaccino imbrigliato dalle leggi di mercato della brevettabilità; nell’Unione Europea il Recovery Plan ha aperto la strada alla “transizione ecologica” come nuova fase dell’accumulazione capitalista; Il fallimento annunciato della Cop 26 di Glasgow mette la parola fine a qualsiasi velleità di cambiamento proveniente dalla negoziazione istituzionale.

Allo stesso tempo abbiamo assistito a una ripresa del movimento climatico e, in generale, della movimentazione sociale, pur all’interno di un quadro ancora estremamente caotico e contraddittorio. Sta aumentando la consapevolezza che le rivendicazioni ambientali da sole non bastano, se non si legano a tutto tondo con la costellazione di diseguaglianze che dilagano nel pianeta, in questa fase come non mai.

La composizione di piazza che abbiamo visto a Glasgow durante la grande manifestazione contro la Cop 26 fa segnare un grande avanzamento da questo punto di vista. Movimenti decoloniali, queer, vecchi e nuovi rappresentanti della working class, attivistə per il diritto all’abitare e contro la gentrification: è questa la nuova moltitudine che si scorge all’orizzonte, quell’intersezione di soggettività che sta evolvendo nel comune desiderio di affrancarsi dalle relazioni socio-ecologiche imposte di un capitale sempre più vorace e ingombrante.

Un assaggio di tutto questo lo avevamo visto già nei giorni della Pre-Cop a Milano, nei quali come Rise Up 4 Climate Justice siamo statə protagonistə di numerose iniziative di protesta. Proprio dopo Milano scrivevamo «il lavoro territoriale (act local) produce tantissima conoscenza: un bagaglio di sapere che può essere utile ad altre esperienze, o che da altre battaglie può ricevere nuova linfa. Altrettanto importante è lo sguardo di chi legge la crisi climatica: le prospettive di soggettività non eteronormate, razzializzate, diversamente abili sono fondamentali nella costruzione di una prospettiva realmente intersezionale e complessiva».

Se il sogno di nuove forme di vita sta diventando sempre più una necessità impellente, è quindi altrettanto urgente trasformare questa ricchezza soggettiva in opzioni politiche in grado di incidere realmente, di radicarsi nei territori e produrre una spinta globale capace di rompere gli ingranaggi della “governance della transizione” che vede nell’ambiente solo un terreno per rinverdire il proprio “comitato d’affari”.

Ed è da questo presupposto che sentiamo la necessità di confrontarci collettivamente sui prossimi passi, di allargare il campo delle nostre relazioni e prospettive, di leggere le tendenze e aggiornare il nostro stesso manifesto di intenti. Tutto questo sarà al centro del Venice Climate Meeting i prossimi 11 e 12 dicembre, uno spazio di confronto e approfondimento nel quale far vivere quella continua ricerca di un nuovo lessico rivoluzionario che è condizione basilare per poter resistere, organizzarsi e attaccare.

 

PROGRAMMA

EnSABATO 11 DICEMBRE

12:00 – 13:00 @ Centro Sociale Rivolta, via Fratelli Bandiera 45 (Marghera)
Presentazione del Meeting e dei tavoli di lavoro

15:00 – 18:00 @ Centro Sociale Rivolta, via Fratelli Bandiera 45 (Marghera)

Tavoli di lavoro

  • Capitalismo fossile e capitalismo green nella transizione ecologica
    Cos’è la “transizione ecologica”? Il sistema economico capitalista come si ristrutturerà per accumulare profitti dalla riconversione energetica? Il settore delle energie rinnovabili sta subendo l’azione dell’estrattivismo e dei processi di finanziarizzazione: quali pratiche di conflitto e di campagna politica sono possibili su queste tematiche?

     

  • Decostruzione della visione antropocentrica, coloniale e patriarcale dell’ambiente.
    Il capitalismo estrae valore in primis dalla natura, dai corpi (soprattutto razzializzati) e dal lavoro riproduttivo. Il regime ecologico capitalista esclude quindi le marginalità, le opprime catalogandole come “zone di sacrificio”. Ragionare in termini decoloniali significa abbandonare la prospettiva antropocentrica del capitalismo avanzato, riconoscere il Sud Globale come uno dei terreni di battaglia del modello di sviluppo e come luogo di esperienze di resistenza ambientale secolari. A ciò si lega lo sfruttamento del lavoro riproduttivo e, più in generale, l’oppressione delle soggettività “non conformi”. Per questo discuteremo insieme teorie e pratiche resistenti che abbiano come orizzonte la costruzione, nel quadro della giustizia climatica, di comunità solidali al di fuori del sistema estrattivo, patriarcale e coloniale.

     

  • I sistemi produttivi e la transizione ecologica: il caso della logistica e del turismo di massa
    Nella pandemia in cui ci troviamo, la priorità, che è quasi una sacralità, che viene data al lavoro produttivo contrasta con la messa a sacrificio di tanti altri aspetti della nostra vita.
    Il sistema produttivo rappresenta il fulcro attorno cui si sta svolgendo la partita non solo della gestione della crisi pandemica, ma anche della transizione energetica e climatica.
    In questo tavolo andremo ad analizzare alcuni degli aspetti che caratterizzano il sistema produttivo attuale, con riferimento nello specifico al mondo della logistica e del turismo, per comprendere meglio quelle che sono le strategie di accumulazione e di estrazione messe in atto nei nostri territori e globalmente.

21:00 – 22:30 @ Centro Sociale Rivolta, via Fratelli Bandiera 45 (Marghera)
Dibattito: “Intersezioni e convergenze: i movimenti nella crisi climatica”

Ospiti:
Alice Dal Gobbo (Università di Trento)
Marco Armiero (Environmental Humanities Lab)
Alessandro Runci (ReCommon)
Stefano Ogno (ReCommon)

DOMENICA 12 DICEMBRE

10:00 – 13:00 @ Centro Sociale Rivolta, via Fratelli Bandiera 45 (Marghera)

Tavoli di lavoro

  • Cura dei territori e pratiche di mutualismo
    I nostri territori di fronte alla crisi climatica affrontano una sfida importante. Tra consumo di suolo predatorio, inquinamento dell’aria, dell’acqua e dei terreni, aumento dei fenomeni atmosferici intensi ci troviamo esposti a rischi sempre più alti. Di fronte a questo scenario, come si riorganizzano le comunità? Le esperienze di mutualismo hanno dimostrato di saper tessere reti sociali al di là delle istituzioni, fornendo lo spunto per nuove forme di solidarietà attiva da mettere in pratica nella crisi climatica.

     

  • “Siamo la natura che si ribella”: pratiche, azione diretta e forme di resistenza.
    I movimenti ambientali e climatici hanno sedimentato negli anni una grande quantità di pratiche conflittuali, dalle azioni dirette alle mobilitazioni di massa ad altre forme di resistenza. Questa varietà di pratiche è in continua evoluzione e fa i conti oggi con una nuova soggettività intersezionale che sta emergendo negli ultimi cicli di lotta, sia a livello globale che nei nostri territori. A queste novità, fanno fronte alcuni strumenti più consolidate, che hanno origine da contesti di lotta diversi e che tuttavia possono entrare in dialogo con le nuove forme di assemblaggio sociale. Come intrecciare resistenze e immaginari per mettere realmente in comune questa “cassetta degli attrezzi”? Come agire per creare forme di lotta sempre più inclusive e riproducibili?

     

  • Per un’organizzazione ecologista-territori, comunità e ecosistemi
    A partire dai territori che abitiamo proviamo a intrecciare le forme in cui organizzarci all’interno della crisi climatica: esperienze di comitati, collettivi e movimenti ci parlano di forme di autorganizzazione che hanno saputo costruire un nuovo linguaggio. Il linguaggio delle comunità resistenti, che affrontano la relazione tra spazi urbani ed ecosistema da una prospettiva diversa, esterna al capitalismo. Occorre quindi immaginare nuove forme del comune, forme collettive e comunitarie, di auto-organizzazione ecologica e climatica.

15:00-18:00 @ Centro Sociale Rivolta, via Fratelli Bandiera 45 (Marghera)
Plenaria di restituzione dei tavoli di lavoro